La vita, i volti ...

Teatro Garibaldi  (Foyer) dicembre 2009

Dietro ogni volto ci sono occhi che, non visti, ci possono osservare. Ci sono idee, stati d’animo, emozioni che solo un obiettivo avvezzo a rovistare tra le mimiche, i gesti, le posture sa portare alla luce. Passando in rassegna gli scatti di Guido Cicero, è facile lasciarsi incuriosire dalla varia intensità di sguardi gentili, diffidenti, pensierosi, incerti, volitivi, timorosi riuniti qui a fissarci; sguardi di gente dello spettacolo, sguardi di artisti, sguardi di professionisti o di uomini e donne comuni sottratti alle usuali occupazioni. Sguardi, sempre e comunque, democratici, perché, anche quando fotografa personaggi famosi, Guido non cosparge i suoi ritratti di allusioni al ruolo che essi svolgono nel mondo; si sforza, al contrario, di arrestarli nelle pause di sospensione in cui non guardano verso di lui e, deposta la maschera, rimangono soli con sé stessi. Per ottenere tale risultato egli lavora con ottiche macro, che permettono di ottenere riproduzioni grandi quanto le riprese, e le sue immagini sono tutte primi piani. La luce poi è diffusa, né Guido indulge alla modulazione dei volumi attraverso giochi d’ombra. Ne segue che ogni singolo volto, replicato nel dettaglio, è come schiacciato su di un vetro: la condizione ideale per distinguerne le linee – si osservi ad esempio il perfetto bilanciamento tra sigaro e tesa del berretto nell’istantanea di un uomo col sigaro in bocca – e per leggerne il carattere come su una mappa. Una mappa riconducibile a un milieu, come la sicilianità dei personaggi, o piuttosto una mappa postmoderna, dalle indicazioni variabili e dai contorni sfumati? Probabilmente l’una e l’altra cosa insieme. Di sicuro il tentativo, ostinato, di trovare nei profili catturati un equivalente fotografico della propria realtà.

                                                                                       Andrea Guastella

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La vita, i volti...

Castello di Donnafugata  19 luglio 2009

   Passione. Così può essere definito l’amore smisurato che Guido Cicero ha per la fotografia. Chi scrive lo conosce così. Figlioccio di un fotografo che lo aveva adottato spiritualmente, Guido scorrazzava da piccolo nello studio fotografico del padrino e fu subito abbagliato dalle taglienti luci dei riflettori della sala da posa. Ha conosciuto così i procedimenti antichi della fotografia, quando ogni “dilettante” acquistava il “rullino” per un procedimento fotografico (che allora non si chiamava ancora “analogico”), quando si usavano fotocellule manuali per misurare l’intensità della luce, quando il negativo veniva sviluppato al buio in una “camera obscura” segnata appena dalla presenza di una flebile luce verde-scura. E poi, gli odori acri di bromuri che annerivano le dita dei fotografi, di sali di fissaggio, iposolfiti di sodio e metabisolfiti di potassio. Una chimica che faceva del fotografo un alchimista. E ancora, la stampa del negativo su carta sensibile al bromuro d’argento, e infine lo sviluppo e il fissaggio delle copie. Tutti procedimenti intriganti che Guido ha conosciuto da piccolo, e ha interiorizzato, quando nel bagno di una bacinella, vedeva affiorare lentamente una immagine sul foglio di carta sensibile. Ed era incanto per lui quell’apparire di figure che il fotografo toglieva fuori dallo sviluppo quando la foto era satura per essere immersa nel fissaggio. Ed è lì, in tempi non recenti, con quel maestro-fotografo, che Guido Cicero acquisisce l’imprinting fotografico, il battesimo dell’arte. È qui, in quel laboratorio artigianale che germoglia e si fissa la sua passione per la fotografia. Ma i tempi cambiano, le scoperte modificano i procedimenti. Si passa così alla fotografia digitale, che, se pur rappresenta un enorme passo avanti nella ricerca, quasi rivoluzione copernicana nel campo della fotografia, lascia ciò nondimeno immutata la funzione del fotografo artista, di colui che cerca di capire la realtà che lo circonda, che vuole conoscere l’uomo, penetrare nella sua mente, sciogliere i suoi pensieri, entrare nel suo animo. Guido Cicero si rivela così un ritrattista di eccezione. Oggetto della sua ricerca è l’uomo. Per questo utilizza tutto quanto è nelle sue possibilità: tecnica magistrale, macchina fotografica adeguata, obiettivi tele e macro, luci, inquadratura, taglio, capacità di cogliere l’attimo fuggente, per bloccare, fissare un momento indicibile della realtà mutevole, che riflette qualcosa di unico. C’è nella realtà umana qualcosa che permane, un “essere” quel che si è, e c’è un“divenire”, un quid che cambia. C’è in ognuno di noi qualcosa che appare dei nostri umori e dei nostri sentimenti, e c’è qualcosa di noi che non vogliamo far conoscere a noi stessi e celiamo anche agli altri. Gioia, dolore, bellezza, sincerità, astuzia, vanità, insicurezza, possono essere espressi e intercettati da tutti, ma anche occultati. D’altro canto, se l’obiettivo della natura umana è quello mostrare agli altri il meglio di se stessi, l’obiettivo della macchina fotografica ha lo scopo di intercettare ciò che non si vede o si cerca di nascondere. Così, le foto di Guido Cicero mostrano quanto ognuno dei soggetti fotografati ha voluto offrire al fotografo e quanto il fotografo è riuscito a rubare al soggetto. Il risultato è quello che ci viene offerto da questa galleria di soggetti che rivelano la varietà di un mondo umano ricchissimo, dove ognuno può leggere quello che crede, e interpretare come vuole quello che gli appare, cioè la parte vana di ognuno di noi: la inconsistente pellicola visiva che inviamo al futuro, e conferma la nostra esistenza o perlomeno indicherà agli altri chi eravamo in quell’attimo fuggente bloccato in millesimi di secondo dalla velocità dello scatto di una macchina fotografica.

L’Io universale dell’uomo ritratto

La foto-ritratto di una persona nell’opera di Guido Cicero? È un buffo mistero. La foto fissa l’espressione di un viso. Dice il vero. Ma, non lo dice intero. Ognuno dei soggetti ripresi sta pensando a qualcosa. Forse i protagonisti si chiedono: “Ma, chi sono io? E gli altri, cosa pensano di me? Come mi percepiscono? Forse io posso aiutarli a far capire chi sono, se davanti all’obiettivo mi irrigidisco in una posa che il fotografo riprende. Così, tutti sapranno! Sapranno che… “Io sono intellettuale, scrittore, poeta. “Io” pittore di successo, “Io” critico d’arte, “Io” entità unica al mondo, inconfondibile, fissata in aeterno nella immagine che sarà consegnata alla storia futura”. E c’è ancora chi sembra dire: “A me gli occhi… Io sono bella, desiderabile, attraente, altera (inconscio desiderio di donna)”. E c’è chi sembra suggerire: “A me le luci della ribalta!” È teatro la vita. Ed è centrale il bisogno di rapportarci con gli altri mostrando il meglio del nostro poter-essere, la maschera che indossiamo, tutte le mattine e ci accompagna dall’alba al tramonto. Sino a quando si spegne la luce.

                                                                                                                                                                                                          Gino Carbonaro


Collezione di volti in un click

Ha ricercato l’identità della sua terra in una collezione di volti, noti e privati, lungo un’antologia di sguardi, di silenzi sedimentati della voce non sempre espressiva della quotidianità. Guido Cicero, al castello di Donnafugata dal 19 al 26 luglio 2009, disegna un percorso fotografico in cui ogni personaggio consegnauna testimonianza intensa del sé, anzitutto attraverso la comunicatività visuale della propria mimica, quindi con una serie di metafore visive, che sono il pregio più importante del lavoro di Cicero, e che passano primariamente dallo sguardo. Occhi intenti a guardare al nucleo ardente del proprio vissuto di artista, di poeta, di musicista, di attore, di individuo vivente di opere, del quale paiono indovinarsi parole, pensieri; occhi miranti a punti di fuga esterni alla composizione, a piani incorporei, che viaggiano della passegiata dello spirito, o che chiedono risposta all’astante, fissandolo verghianamente nel bianco degli occhi. Uomini e donne ragusani o comunque vicini al mondo e all’intelligenza del fotografo, sorpresi nella verità della propria fisicità, ma reinventati, pure, in una immagine che ha saputo sintetizzare l’esistenza e, qualche volta, l’essenza del soggetto. Avvalendosi delle potenzialità patetiche del bianco e nero, degli efetti chiaroscurali della luce e delle ombre, Cicero non ambisce a quella esattezza quadrata che Baudelaire rimproverava alla fotografia intesa quale riproduzione mimetica della natura, dunque inatta all’imma-ginifico; accorcia il divario dicotomico tra ritratto fotografico, istantaneo etendenzialmente ’vero’, e ritratto pittorico, ’selettivo’ secondo Georg Simmel, capace,quest’ultimo, di enfatizzare o di annullare tratti della verità visibile in favore di elementi cui l’invenzione dell’arteficeha affidato il valore di simbolo, di arte. Mark Twain, prima di abbracciare lafotografia, ne denunciava la falsità, l’abilitàdi dipingere "innocenza senza peccato sulle facce dei ruffiani". Se è vero che riesce a ricreare, non dice bugie, il ritratto di Guido Cicero; tocca - la vagheggiava sempre Baudelaire - l’evanescenza del disegno, avvicinandosi simultaneamente alla vita del personaggio ritratto. Consegue, da quest’idea della fotografia e del sensibilissimo genere del ritratto, un approccio al personaggio che è primariamente percorso di conoscenza dell’altro, e una galleria di esseri umani disinteressatial pudore o al vezzo della maschera.

                                                                                                                                                                                                              Elisa Mandarà

 

 

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La vita, i volti…

Ci sono avvenimenti che accadono nell’ombra, al riparo dall’attenzione generale nazionale, ma che hanno una vasta risonanza locale. Sono ancora in molti a stupirsi della rassegna di fotografie di Guido Cicero, realizzata nel foyer del teatro Garibaldi di Modica, nel dicembre scorso. Sembra quasi inverosimile che un artista, alle prime apparizioni in pubblico, possa godere in così poco tempo di fama conclamata, con le sue foto ieratiche di volti noti e meno noti, trasformate in uno strumento di comunicazione ludico e liberatorio. Molte sono al pari di dipinti, con toni poetici, melanconici, con poca sensualità, ma narranti a volte storie enigmatiche e misteriose di personaggi che gravitano nell’area iblea. Spesso mi sono chiesto: ma siamo sicuri davvero che i volti siano soltanto dei volti o che, a forza di ammirarli e collezionarli, rivelino agli altri e a noi stessi chi siamo? La risposta è che da sempre, nelle fotografie, i volti popolano le nostre vite, queste vite che mostrano di possedere un’anima, non un’umanità, come pensava la filosofia nell’Ottocento. Dalle foto nasce quell’oscuro, ma irresistibile fascino che ci spinge ancora a circondarcene. Nei volti fotografati da Guido Cicero affiora tutta la creatività dell’artista, il suo essere “situazionista” nel cercare l’evento fotografico, che diventa evento artistico con un coinvolgimento diretto, che diviene parte integrante delle foto.Le sue realizzazioni sono centrate da un lato sul volto che individualizza, e dall’altro sul volto fatto pubblico e dove si leggono frammenti di varie storie. Egli agisce come un regista, che dirige nello scatto fotografico gli aspetti artistici e produttivi. La maggior parte delle foto presenta volti creati ad hoc e ciò permette di evidenziare la più recente evoluzione delle singole ricerche, di cui Guido Cicero è un autentico pioniere, rispetto a quanto già visto e documentato nel passato. Sono stato diverse volte a casa dell’artista a Modica. Nella sua stanza l’attività principale è quella di editing, di elaborazione di immagini, come dimostrano i computers che ha sulla sua scrivania. Ma anche ho avuto il piacere di ammirare le bellissime immagini fotografiche esposte alle pareti: principalmente ritratti, tra cui quelli che riguardano la storia della sua famiglia. Con questo progetto e con altri già in elaborazione Guido Cicero si conferma un artista della fotografia e partecipa attivamente alla promozione culturale del territorio in cui egli è storicamente radicato.

                                                                                                                                                                                                                    Pippo Puma

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